GATE 23 – a long journey
Questo album segna una tappa fondamentale nella mia carriera musicale, non solo perché arriva vent’anni dopo il mio precedente album solista Noi Tio (2004), ma perché cattura l’essenza del mio mondo musicale, plasmato in due decenni di lavoro per altri artisti come arrangiatore e chitarrista.
Contiene 13 tracce, ognuna delle quali racconta una storia, un momento della mia vita. Al loro interno sono presenti le persone a me più care, l’influenza degli artisti che hanno forgiato la mia crescita e la mia trasformazione da chitarrista a “musicista”. Per questo mi sono circondato solo di persone che non sono solo professionisti eccezionali, ma anche cari amici.
Un lungo viaggio, perfettamente rappresentato dalla foto di copertina, un regalo prezioso del mio caro amico Maurizio Pighizzini, che con questa immagine ha dato al mio percorso un significato molto più profondo.
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di Riccardo Talamazzi
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Non deve aver avuto alcuna fretta il chitarrista e polistrumentista livornese Marco Baracchino nel pubblicare il suo secondo lavoro da titolare. Questo nuovo Gate 23 – A Long Journey, infatti, segue Nio Tio del 2004 a distanza di oltre due decenni. Del resto, se ci sono album che sembrano nascere dall’urgenza del momento, altri hanno bisogno di sedimentare per anni prima di trovare una forma definitiva.
L’opera precedente, nobilitata tra l’altro dall’ospitata del chitarrista Tommy Emmanuel, aveva già tracciato una linea ben identificabile che si muoveva in una dimensioni elettroacustica sospesa tra rock melodico con qualche spruzzatina di jazz e un pop di buon livello. Gate 23 sembra mantenere la stessa rotta ma accentuando quei caratteri intimisti e velatamente malinconici già apparsi in Nio Tio. Quest’ultimo lavoro, per la precisione già dell’anno scorso, non mi sembra il ritorno di un autore che desideri banalmente recuperare il tempo perduto, ma piuttosto il punto d’approdo di un percorso artistico maturato attraverso toccanti esperienze personali, incontri e una continua ricerca sul suono.
Da quello che leggo nella sua biografia, Baracchino, classe 1967, ha lavorato molto nell’ambito delle collaborazioni con altri artisti: in Italia ad esempio trovo i nomi di Umberto Tozzi, Michele Zarrillo, Red Canzian, Petra Magoni e Andrea Bocelli tra gli altri. Inoltre l’autore è anche produttore e ingegnere del suono e sa maneggiare con eleganza professionale, oltre alla chitarre, anche il basso elettrico, il pianoforte e le tastiere elettroniche. Un vissuto, quindi, che emerge senza ostentazione, trasformandosi in una scrittura consapevole, lontana da ogni virtuosismo fine a sé stesso. Non si trovano annotazioni bizzarre, in questo album, perché ogni scelta sembra rispondere a un preciso equilibrio espressivo, fondato su una sorta di bilanciamento stilistico che privilegia l’essenziale rispetto all’effetto. Le tredici composizioni, infatti, dialogano tra loro come capitoli di un unico racconto. È una musica costruita con suoni delicati e soppesati, dove ogni intervento appare misurato, come fosse il risultato di un lungo lavoro di rifinitura.
L’album alterna atmosfere contemplative a improvvise aperture dinamiche. Se emerge un momento più aggressivo, come ad esempio accade in Keef’s Tuning, comunque non viene mai perso il controllo direzionale ed emotivo. Ed anche certe tensioni sembrano appartenere a una dimensione più psicologica che muscolare, quasi a suggerire che talora il conflitto interiore sia più importante della sua rappresentazione esteriore. Dal punto di vista tecnico-compositivo si apprezzano costruzioni rapsodiche che evitano la prevedibilità, lasciando respirare i temi senza irrigidirli in schemi troppo convenzionali. Ne deriva una buona dialettica strumentale, nella quale chitarre, tastiere, pianoforte e gli altri interventi timbrici si rincorrono con eleganza, senza cercare di prevalere l’uno sull’altro. Tutto sembra convergere verso una riflessione a cuore aperto, in cui convivono fragilità e consapevolezza. Affiora così il tema del ricordo, osservato però con lo sguardo di chi conosce il peso del tempo e accetta, saggiamente, che alcune domande rimangano senza risposta.
In effetti l’ascolto lascia anche spazio a qualche indecifrabile zona d’ombra, elementi volutamente sospesi che sfuggono a una lettura univoca e alimentano un’indefinita provenienza semantica delle immagini sonore. Il Long Journey inserito nel titolo dell’album non appare comunque gravoso. Molti passaggi avanzano con una cadenza leggera quasi immateriale, lasciando che siano le sfumature a parlare. Gate 23 – A Long Journey è dunque un lavoro di grande misura, nel quale esperienza tecnica e sensibilità convivono senza ostentazione. È un album che preferisce la profondità alla spettacolarizzazione, capace di rivelare nuovi dettagli a ogni ascolto. Se posso usare un paragone sensoriale, l’album ha un gusto che non colpisce immediatamente con effetti eclatanti, ma lascia una persistenza sottile, complessa e sorprendentemente duratura.
A questa incisione partecipano numerosi musicisti che provo qui a elencare, prima di entrare nel dettaglio delle singole composizioni. Oltre all’Autore, che suona quasi tutti i cordofoni possibili, il pianoforte, il basso elettrico, le tastiere elettroniche e le percussioni, troviamo Andrea Beninati al violoncello, Fabrizio Morganti alla batteria, Lorenzo Forti al basso elettrico, Nicola Sciarpa al synth e alle tastiere, Stegano Cantini al sax soprano, Enrico Paganelli ai flauti latini, Piero Frassi al Rhodes, Biagio Labanca alla chtarra classica, Antonio Ghezzoni al mandolino, Claudio Giovagnoli al sax tenore, Roberto Luti alla slide guitar. Infine il contributo vocale e corale è dovuto a Gabriele Brolatti, Maria Elena Grandini, Marta Baracchino, Riccardo Grandini, Federico Pratesi, Eleonora Bassano.
A Noisy Silence apre l’album, con un titolo quanto mai simbolicamente azzeccato. Ci sono silenzi, quelli dovuti alle perdite affettive, che evidentemente silenti non sono. Questo brano, completamente gestito da Baracchino e da Beninati, possiamo leggerlo come una sorta di elaborazione del lutto, dove si alternano istanti tumultuosi d’incertezza ad altri rasserenanti, entrambi tenuti insieme dal filo sottile dell’emozione strumentale.
Si cambia completamente spirito in JT, che sono le iniziali di James Taylor, autore che, per stessa ammissione di Baracchino, ha contribuito a innescare nel chitarrista toscano l’amore per la musica della West Coast americana. Brano molto semplice e lineare, un pop rock “angelizzato” dal coretto vocale che percorre la traccia quasi per intero.
Arriviamo alla title track Gate 23, intrisa di suoni elettronici ed effetti che rimandano all’idea d’un aeroporto, quindi all’immagine di un viaggio, di una partenza verso orizzonti e propositi nuovi. Un inizio tra percussioni e tastiere rende l’atmosfera un po’ straniante e descrive bene l’idea di Marc Augé quando parla delle stazioni aeroportuali e ferroviarie come dei “non luoghi”, quasi delle sospensioni spaziotemporali dove le persone possono avere in genere solo contatti occasionali, prima di avventurarsi per altri lidi.
Fifty è tra i miei brani preferiti. Introdotto dalla chitarra classica a corde di nylon di Baracchino, è un ballad a mezza strada tra malinconia e distacco, con il soprano di Stefano Cantini che regala un clima jazzy insieme all’assolo pulito dell’Autore. La ritmica regolare e non straripante di Morganti e Forti è qui come in altri brani dell’album una presenza costante e rassicurante.
Come già accennato poco sopra, gli eventi non solo personali ma anche cronachistici entrano nella musica di Baracchino come stimoli alla composizione. Nel caso di San José si ricorda la storia di quei trentatré minatori rimasti intrappolati in una miniera cilena, quella appunto di San José, vicenda che fortunatamente si concluse bene con la loro liberazione dopo settanta giorni. Molto correttamente si ricorda che l’intro alla chitarra acustica è stato, diciamo così “assorbito”, da un brano di James Taylor, Never Die Young, tratto dall’omonimo album del 1988. Bello e pulito l’intreccio chitarristico operato da Baracchino.
Più atmosferico ed egualmente partecipato è il brano che segue, Lo Scrittore, dedicato a Jeff Beck che viene comunemente ritenuto tra i più grandi chitarristi non solo in ambito rock blues. L’intervento di tastiere sintetiche fa da cornice alla chitarra elettrica, sempre di Baracchino, che tende a prolungare le note del suo strumento, così da creare uno spazio “respirante” a forma di ballad attorno alla propria composizione. Anche il suo assolo è calibrato, organizzato attorno all’espressione emotiva anziché votato all’esibizionismo tecnico.
Despedida, com’è stato in A Noisy Silence, è una sorta di epicedio, in quest’occasione dedicato a un amico. Nonostante la struttura armonica semplificata, l’uso di cordofoni latini e di fiati andini regala al brano un gradevole, melodico e misuratissimo colore. Riappare il violoncello di Beninati che rimarca il clima nostalgico e malinconico del brano.
Buen Camino è una traccia in stile George Benson, un morbido soft rock in modalità un po’ lounge che vede affiancarsi alla chitarra dell’Autore, spesso sovraincisa, anche il Rhodes misurato di Piero Frassi. Nonostante le strutture armoniche utilizzate da Baracchino nelle composizioni come questa siano piuttosto comuni, con giri accordali ben collaudati, le rifiniture di questi brani sono molto attente, impreziosite da piccoli particolari “artigianali”, se così vogliamo dire, ma efficaci nel raggiungimento di una gradevole organizzazione finale.
Nel Tuo Sguardo di Cane – titolo bellissimo – l’Autore se la sbriga in solitudine, sovrapponendo chitarra, ukulele e moog in un brano dedicato al suo animale domestico. C’è da rilevare come la sensibilità di Baracchino sia molto accentuata in pezzi come questo, dall’assetto minimale, tracce che puntano sulla reale comprensione d’un sentimento piuttosto che al suo rendersi platealmente manifesto.
Waterdrop risente di una certa impostazione new age che personalmente non ho mai gradito troppo. Nonostante l’invenzione del suono acqueo all’inizio e in coda, probabilmente ad opera del synth di Sciarpa, il brano acquista comunque spessore nella seconda parte, dopo i primi due minuti, dove l’orientamento armonico s’indirizza verso un percorso un po’ più elaborato.
Molto bello e originale è invece Risvegli, in cui Baracchino suona con una seconda chitarra e un mandolino rispettivamente di Labanca e di Ghezzani. Si viene a creare uno stato di coscienza onirico o meglio, visto che si parla di risvegli, ipnopompico, termine che ricorda il ruolo di Hermes nell’accompagnare l’individuo fuori dal regno, alle volte fatato, del sonno e del sogno. Posso solo aggiungere che questo brano mi sembra veramente il vero gate per accedere a un mondo musicale altro, rispetto a quello esplicitato fino ad ora da Baracchino.
Keef’s Tuning scuote il corpo con un rock bello tirato, tra California e un sax alla Clarence Clemons, più l’intervento corale e la slide di Luti.
Si finisce con Ragazzini e credo che ironicamente il titolo si riferisca proprio ai tre adulti, Morganti, Forti e Baracchino stesso, che si trovano come ragazzi alle prese con il blues elettrico per levitare in un momento di eccitazione e divertimento.
Al termine dell’ascolto rimane una sensazione difficile da tradurre in una formula critica. Non tanto quella di aver scoperto qualcosa di nuovo, quanto di aver ritrovato un modo di intendere la musica che sembra appartenere a un’altra stagione, quella in cui un album possedeva una propria architettura, un proprio respiro narrativo e un’identità riconoscibile. Gate 23 – A Long Journey non credo voglia pretendere di cambiare il corso della musica contemporanea. Più semplicemente, ricorda che esiste ancora uno spazio nel quale l’esperienza, la competenza e la sensibilità possono convivere senza trasformarsi in pura esibizione. È un’opera, questa, che sembra aver trovato il coraggio della misura, qualità oggi quasi controcorrente. Baracchino si affida alla forza silenziosa della costruzione melodica, ricordandoci che la maturità artistica non coincide con l’accumulo, ma con la capacità di scegliere quanto e cosa lasciar fuori. E questo, prima ancora che un gesto musicale, è un atto profondamente culturale.


